STORIA DELLA PARROCCHIA DI SANTA TERESA
DI G. B. in PADOVA
Dio
scrive diritto anche nelle righe storte…
Una parrocchia nuova.
È
una storia che viene da lontano: la Fede cattolica agli inizi si era radicata
nelle città e solo dopo si è diffusa nelle campagne attraverso le
PIEVI(pieve = plebe), che sono le chiese di campagna. La pieve
all’origine della Fede nelle zone a sud di Padova, e quindi anche nel
nostro vicariato è la chiesa di Pozzoveggiani citata nei documenti
ufficiali fin nel 918 dopo Cristo! Già nel 1027 si hanno notizie certe
dell’esistenza della parrocchia di S. Lorenzo di Roncon posta a sud del
Bassanello. Risulta da vari documenti che nel 1690 si presentarono a S.
Gregorio Barbarico, in visita pastorale proprio alla chiesa di Roncon, i
delegati della Guizza, della Mandria e del Bassanello per chiedere di essere
“dismenbrate” e costituite in parrocchia autonoma. Il santo vescovo
era d’accordo, ma purtroppo non se ne fece nulla per vari intralci
burocratici.
Nel 1881
il parroco di Roncon trasferì la sua sede al Bassanello, sulle rive del
Bacchiglione.
E
comincia così storia della nostra chiesa madre:
Il
27.08.1882 venne benedetta la prima
pietra della Chiesa di S. Maria Assunta in Bassanello
La
chiesa con il parroco Teodoro Pasqualini, succeduto al primo parroco Giovanni
Gios nel 1886, venne inaugurata e
benedetta dal vescovo Mons. Callegari il 23 ottobre 1892 e fu dedicata a S. Maria Assunta e a S. Bellino.
La
vecchia parrocchia di Roncon di Albignasego venne in seguito demolita.
E’
del 2 aprile 1900 il decreto del vescovo Callegari che eresse la parrocchia di S. Maria Assunta
in sostituzione di S. Lorenzo di Roncon.
La
consacrazione della chiesa avvenne
con il Vescovo Carlo Agostani, mentre era parroco don Bartolomeo Vedelago, il 23 ottobre 1937.
In
quell’anno era stata arricchita
Il
23 ottobre 1993, al termine delle
celebrazioni per il centenario della costruzione della chiesa (1892), il
vescovo Antonio Mattiazzo ha elevato la parrocchia al titolo di Chiesa
Arcipretale, in ragione della storia di questa comunità matrice di altre
chiese.
La
parrocchia di Bassanello all’inizio era territorialmente molto estesa,
con prevalenti vaste aree agricole. I confini andavano dal Ponte della Cagna di
Mandriola alla chiesa dei Ferri, dal ponte Quattro Martiri ai Bastioni Santa Croce,
dal Basso Isonzo alla Paltana. All’inizio degli anni 1950 la periferia di
Padova subiva una rapida espansione edilizia; la parrocchia di Bassanello
raggiunse la popolazione di circa 10.000 abitanti. Era allora parroco Mons.
Anselmo Bernardi, che, nella sua saggezza e lungimiranza, aveva capito che il
rapido aumento di abitanti doveva
accompagnarsi al sorgere di nuove comunità parrocchiali. Nacquero
così le parrocchie di: San Giacomo di Mandriola, Santi Angeli Custodi
alla Guizza, Madonna Pellegrina, San Giovanni Bosco in Paltana, Madonna
Incoronata al Basso Isonzo, Sant’Agostino al Baraccon.
Nel
decennio degli anni 1960 l’ulteriore sviluppo edilizio dell’area
tra via Guizza e via Guasti fece sorgere l’esigenza di una nuova
comunità parrocchiale.
Ed
ecco che è nata la parrocchia di S. Teresa. Essa è stata costituita
nell’anno 1973 e il documento di istituzione porta la data del 1°
ottobre, festa di S. Teresa di Gesù Bambino ed è firmato dal
Vescovo Girolamo Bortignon.
(??Le
sette nuove comunità sono
nate come una esigenza di crescita, ma anche di moltiplicazione di un bene che
domandava di estendersi.??o va
tolta od esplicata meglio)
Il perché di un nome.
Perché
questo titolo e questa scelta così felice?
Ecco il racconto dalla viva voce di un testimone,
da sempre residente nel territorio, Tullio Maddalosso: nel 1972,durante un mio incontro casuale in ospedale
con Mons. Mario Pinton, allora parroco del Bassanello, si parlò della
scelta del patrono a cui dedicare la nuova parrocchia. Io, entusiasta della
figura di S. Teresa di G.B., con parole acconce illustrai la formidabile figura
di questa moderna e giovane Santa che aveva preceduto con la sua
religiosità addirittura il Concilio Vaticano II °. Io era
affascinato dal messaggio così originale di questa giovane donna e riuscii a
contagiare anche il mio interlocutore.
Nella
nostra diocesi, per di più, mancava una parrocchia dedicata a una Santa
giovane e attuale: questa lacuna poteva essere colmata dedicando la costituenda
nuova parrocchia a Santa Teresa di Lisieux. Don Mario ne fu talmente convinto
che mi assicurò che l’avrebbe riferita al Vescovo. Qualche tempo
dopo la proposta venne accolta e così San Teresa di Gesù Bambino
divenne la titolare e patrona dell’ attuale parrocchia.
La
devozione a S. Teresa di Gesù
Bambino ha avuto un periodo intenso dal
Il primo parroco.
Il
Vescovo ha chiamato a guidare la
nuova parrocchia un parroco giovane, pieno di energie e di progetti: don
Giampietro Cecchinello. La sua vita cominciò allo… sbaraglio
perché mancava tutto: abitazione e chiesa, servizi parrocchiali e punti
di riferimento per
Moltissimi
ricordano i primi passi: il Parroco che abita in Via Algarotti. Le riunioni
fatte nelle famiglie, il catechismo nei garage di Via Brofferio, la zona allora
molto abitata con le case popolari. 148 famiglie fra le Via Brofferio e
Vivanti. Le prime celebrazioni erano… in trasferta, a S. Maria Assunta
del Bassanello e alla Guizza. Gesù dice: …anche gli uccelli
hanno il loro nido, ma il figlio dell’ uomo non ha dove posare il
capo…
E’
bene ricordare i giovanissimi sacerdoti collaboratori: don Pietro Toniolo, salesiano;
Padre Natale Battezzin, rogazionista; don Gino Brunello, diocesano: essi hanno
dato il loro aiuto festivo nei primi anni.
Giunsero
poi con incarico fisso: don Roberto Garavello, don
Dieci anni impegnati e impegnativi
Era
l’anno 1973. Iniziare una comunità nuova è una bella
avventura. Chi la visse, non la dimenticherà più. Ogni giorno
era… veramente un giorno nuovo. Tutto da conoscere, da impostare, da
inventare. I desideri del pastore sono tanti. Le attese della gente sono vive:
si collabora, si condivide. Grandi progetti e grandi speranze.
Ogni
conquista è frutto di sacrifici, attese, collaborazione, dedizione.
Passano alla storia le realizzazioni; quasi mai le lacrime e i desideri…
Don
Piero Cecchinello, per dieci anni, diede il meglio di sé. Paragonerei
quei dieci anni di lavoro ad un periodo, lungo e spesso combattuto, di
gestazione. Un lavoro impegnativo con tutte le attività in fermento, con
gli agganci soprattutto con la parrocchia del Bassanello. C’era urgenza
di una sede idonea per sostenere le
attività parrocchiali non in modo dispersivo, ma organico. Tra molte
difficoltà il comune di Padova mise a disposizione
Un
altro avvenimento ha segnato gloriosamente la storia della prima chiesa, quella
prefabbricata: sabato 1 ottobre 1977
alle ore 16:00 Consacrazione sacerdotale di Padre
Allora
la parrocchia era giovane e le speranze erano molte. Una gestazione lunga,
proposte nuove, avvenimenti incandescenti, presente anche il Sindaco Bentsik.
L’orizzonte non era molto promettente. Parole pesanti, gruppi esterni
decisi, cartelli significativi, scritte sui muri, tentativi di violenza…
La
sofferenza è una semente:
seminare è fatica, ma non è mai inutile. E’ sempre speranza
misteriosa di frutti fecondi.
Don
Gianpietro Cecchinello ha fecondato questo terreno con la sua azione paziente e
intelligente, con la sua sofferenza silenziosa, con le sue lacrime solitarie:
nulla è stato perduto. Si raccoglie solo se c’è chi semina
con pazienza e costanza, con sacrificio e fede. Lo fu don Piero.
C’è
chi ha scritto allora: “dopo dieci
anni, occorreva un segnale di speranza per un futuro più promettente. Il
primo parroco riceve un’altra destinazione e si accoglierà un
nuovo pastore. La precarietà e la provvisorietà delle strutture,
frutto dei sacrifici di una comunità che stentava ad acquistare fisionomia,
domandava un respiro diverso. Per anni si era sperato di poter costruire le
strutture definitive, ma, lentamente, la
speranza si era affievolita
e, con essa, rischiava di atrofizzarsi anche la vita parrocchiale, le sue attività, il suo pastore e
i fedeli. Dio però ama e vuole il vero bene del suo gregge”.
Una chiamata.
Era
sabato 23 luglio 1983. Bussa alla porte, con discrezione, il Vicario Generale
della Diocesi di Padova. Mi saluta e viene subito al concreto: Il Vescovo ti fa una proposta. Estrae un
foglio e, senza interesse, legge una serie di nomi di comunità
parrocchiali in attesa del loro pastore. Si sofferma su una: S. Teresa di Gesù Bambino. Il Vescovo pensa di assegnarti questa
parrocchia.
Non
sapevo che esisteva, anche se era stata istituita giuridicamente già da
dieci anni nella stretta periferia
della città di Padova, a sud, in zona Bassanello-Guizza.
Non so dove sia, ribatto. E’
qui vicina, c’è una chiesetta prefabbricata, un piccolo locale per
le riunioni e… che il Signore te la mandi buona.
Fra qualche giorno vai dal Vescovo a
dare la tua risposta, ma abbi fiducia.
E andai…
Non
ci pensai molto: se è volontà di Dio, perché fare troppi
ragionamenti umani? Se è un servizio spirituale, perché fare
troppi calcoli?
Talvolta,
essere incoscienti, è una virtù. Fidarsi significa affidarsi: Lui ci ama talmente da non
imbrogliarci mai e, soprattutto, da non abbandonare in balìa i suoi
collaboratori e ministri.
Dissi
di SI’ al Vescovo Filippo.. Mi ringraziò, aggiungendo: non sarai solo!
Veramente
il mio era un salto nel vuoto: una chiesetta prefabbricata, una saletta vicina,
uno studio sopra
Ricordo
la prima visita, in incognito: pioveva e Via Anconitano, non asfaltata, era
piena di buche: a stento trovai la chiesetta affidatami.
Incontrai
due persone: una era in chiesa, mazzocca in mano, tinteggiava i muri: Giorgio
P. La seconda era giovane e bella,
la chitarra sotto il braccio: Sabrina B.
Gli
incontri erano di buon auspicio.
A
poca distanza dall’ingresso in parrocchia – 13 novembre 1983
– incontrai il Vescovo Girolamo Bortignon, emerito, e mi disse: So che hai accettato di andare a S. Teresa.
Bene! Il Signore ti benedice.
Ad
anni di distanza, vi assicuro che è stato un profeta. L’obbedienza
è un campo fecondo.
Dove sorgerà la nuova chiesa?
Così
chiedevo io spesso ai collaboratori, più esperti di me, ma anche cauti
nel dire: c’era sì il terreno, ma coltivato ad orto da tanta brava
gente. Sono 300 anni che lo coltiviamo, mi
dicevano gli ortolani. Al mattino per tempo, prima del sole, erano
inginocchiati a terra, con il cesto vicino o la gomma per innaffiare e poi,
ancora prima dell’alba, veloci al mercato della verdura… Se erano
fortunati, tornavano col carrettino vuoto e qualche soldino ben sudato. Se non
erano fortunati…
Come
potevano cedere il terreno, bloccato dal Comune, per quattro soldi? La
battaglia era sempre in atto. Gli animi si surriscaldavano. Anche il Vescovo
Girolamo Bortignon rimase profondamente turbato. Un giorno mi disse: sulle cattiverie non facciamo la chiesa! La
frase mi colpì profondamente. Io, ultimo arrivato, disarmato e
inesperto, potevo solo pregare. Lo facevo molto, al mattino presto, nel
silenzio di quella chiesetta dedicata a S. Teresa di G.B., ove molti erano
stati battezzati, si erano sposati, partecipavano alle celebrazioni…
L’orizzonte
non si rischiarava molto, anzi,,, le nuvole promettevano poco di buono…
Ho
scoperto subito tanta speranza nel cuore, voglia di fare, luce anche nelle
tenebre… Le attività erano tante: non mancavano i gruppi, i
ragazzi attivi, i catechisti, lo sport, la saletta per i giochi, il Grest, le
gite… Le celebrazioni sempre belle e la chiesa… strapiena.
C’erano tanti sorrisi e voglia di domani. Tanti incoraggiamenti e voglia
di fare… Tutte premesse buone per un avvenire da costruire con fiducia.
Le
opere materiali? Non sono la cosa più importante per una
comunità. Non sono i muri
che fanno la comunità! Ma le persone: i bambini, gli adolescenti, i
giovani, i coniugi, gli anziani.
L’insieme di tutti costruisce, giorno dopo giorno,
Queste
e tante altre fantasie che riempivano gli occhi, tenevano viva la mente,
riscaldavano il cuore…
A
distanza di tempo posso testimoniare che nessun sacrificio è stato
inutile, nessuna lacrima è stata infeconda: Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.
Un incontro devastante…
Il
Comune spingeva: bisognava risolvere il problema dell’esproprio e
iniziare i lavori. Proponevano delle cifre, ma la volontà dei
contadini-proprietari gente e la loro storia non si poteva quantificare in
poche monete, anche se, all’apparenza, altisonanti. Famiglie e terreno
coltivato ad orti, avevano un legame affettivo stretto e che andava ben al di
là dei soldi promessi. Non era monetizzabile.
E’
toccato a me, inesperto, ma pieno di entusiasmo, un giorno del mese di maggio
1986, andare in casa dei contadini per proporre la cifra che il Comune dava
come liquidazione. Non dimenticherò la scena quasi violenta! Le parole
pesanti come piombo. Un realismo
frutto di mani incallite e di cuori traditi.
Come
un cane bastonato, con la coda tra le gambe, sconfitto, ho lasciato la casa dei
contadini… e, un po’ barcollante, sono andato verso
Il
dolore e la tristezza di quel giorno non la condivisi con nessuno, solo io e Lui!
Dopo la tempesta, il sole..
Passarono
alcuni mesi: giugno, luglio, agosto, settembre. Mi balenava una idea che
proposi alla comunità parrocchiale: andare in pellegrinaggio, a piedi,
di notte, a Monte Berico di Vicenza. Sotto quel manto c’è posto
per tutti. La notte scelta era tra il 6 e 7 ottobre, festa della Madonna del
Rosario. Partimmo dallo spazio antistante il Cottolengo di Sarmeola: un gruppo
di 52 persone con una macchina al seguito. Sarmeola, Rubano, Mestrino… Di
tanto in tanto, sotto un lampione, davanti ad una chiesa, la riflessione e la
preghiera.
A
Grisignano iniziò la pioggia, incessante, con lampi incantevoli che
illuminavano la notte tetra. Camminare sotto l’acqua era affascinante, ma
duro. La lunga salita verso il Monte Berico, stanchi e fradici. Alle 6 circa
della domenica, festa della Madonna del Rosario,
Ci
trovavamo concordi in questa preghiera.
Ebbi
la sensazione che la Madonna allargasse il suo manto: sotto ci stavo anch’io e la mia comunità di S. Teresa.
Si
può sorridere…, lo faccio anch’io: un po’ di
ingenuità (o fede) non guasta!...
Un
ritorno festoso da quel pellegrinaggio: stanchi, ma soddisfatti.
Da
5 mesi non incontravo Piero N., l’amico dai modi duri e dal cuore grande,
che, in quel mattino di maggio, mi aveva messo alla porta.
Era
lunedì mattina, all’indomani del pellegrinaggio, nelle prime ore; lo incontro per la
strada, io, e anche lui, a piedi. Un po’ di imbarazzo da parte mia e lui,
con la voce forte e sicura, mi dice con soddisfazione e convinzione: Don
Egidio…! Allora…? la facciamo questa chiesa…?
Il
fulmine a ciel sereno! Quella voce
sembrava venire proprio dall’alto; mi penetrò nel cuore, era
sincera… Si voltava pagina. Mi fece un profondo sorriso di soddisfazione
che, commosso, ricambiai.
Ho
pensato: Dio scrive diritto anche nelle
righe storte.
Tenni
per me il grande annuncio. In realtà tutto si mosse rapidamente: si
superarono difficoltà, ostacoli, malintesi. Le trattative furono veloci,
favorevoli, senza contrasti, L’offerta era soddisfacente soprattutto per
gli ortolani.
Mi
vennero in mente le parole del Vescovo Bortignon: Sulle cattiverie non facciamo la Chiesa.
Aveva
ragione. E dissi tra me e me soddisfatto: Sulle cattiverie, no! Ma sulla
bontà, sì!
Era
l’alba di un nuovo giorno, lungo, problematico, ma affascinante.
Pellegrinaggi
significativi, di notte, furono ripetuti di anno in anno, con mète
sempre mariane. Ne ricordiamo qualcuno: Santuario delle Grazie di Piove di
Sacco, Santuario della Misericordia di Terrassa padovana, Santuario della
Madonna delle Grazie di Este, Monastero delle Carmelitane a Monselice…
E i soldi?...
Sembra
una banalità, ma è vero: senza
soldi non si fa nulla. La parrocchia non aveva nessuna riserva economica.
Si viveva alla giornata. Era ingenuo pensare ad un piano economico ben
preciso… A meno che…
Desidero
raccontare tre fatti passati che ho vissuto in prima persona…
Un
giorno, con l’animo un po’ in subbuglio, faccio visita al Vescovo
Filippo Franceschi. Mi accolse cordialmente: aveva fiducia in me e mi diceva: Hai un carattere che ti permetterà di
fare tutto!
Sì, ma la parrocchia non ha
risorse, le previsioni sono astronomiche. Non voglio affogare nei debiti. Io
non parto finché non ho chiarezze, ribattei deciso.
Tace,
mi ascolta, mi guarda con occhio penetrante e poi sentenzia: Io ti do cento milioni. Sono miei,
personali. Sono risparmi del tempo dell’insegnamento a Milano e della mia pensione. Te li do in
due volte, cinquanta quest’anno e cinquanta l’anno prossimo.
Mi
ha commosso e tolto
Me lo fai un sorriso adesso? aggiunse. Certo!
Era il mio Vescovo che apriva
il suo cuore ed anche il suo scrigno per un’opera alla quale ci teneva:
si privava dei suoi risparmi per un’opera grande che porta anche il suo
nome.
Manifestavo
questi segreti ai collaboratori più vicini e ancora una volta dicevo: Dio scrive diritto anche sulle righe storte.
Ma
il cielo divenne presto nuovamente nuvoloso: una notizia fulminea si diffuse in tutta
la Diocesi: il Vescovo Filippo era stato colpito da un tumore. I tempi
erano contati.
Immaginate
cosa è passato per la mia mente, come se mi strappassero un pezzo di
cuore, come se mi venisse annunciata la condanna a morte di una persona che per
me era come un fratello.
L’affetto che provavo
per Lui era profondo. Per un bel po’ pensai solo al suo male, ma poi,
all’improvviso, una idea sgradevole mi attraversò la mente: “… E la promessa dei cento
milioni?” L’idea mi infastidì e mi turbò ad un
tempo. Poi mi sono acquietato e ho pensato che anche questo faceva parte di un
piano più grande di me… Di un progetto sempre in via di
costruzione. Non fui mai triste o preoccupato per i soldi, ve l’assicuro,
ma per il suo male che portava il
Vescovo Filippo rapidamente alla
tomba.
Alcuni
mesi dopo, quando il Vescovo Filippo si era già allettato, una
telefonata: Il Vescovo ti vuole salutare.
Commosso
e titubante lo vado a trovare: una piccola camera, un grande letto e Lui tra i
cuscini, incapace di alzarsi. Mi saluta cordialmente, mi abbraccia e mi stringe
a sé: Avevo un grande progetto
sulla Guizza, ma sono qui… E piangeva, bagnando anche le mie mani.
Non dimenticherò mai quei momenti che mi hanno scavato dentro.
Poi
riprese e mi disse: Io ti ho promesso
cento milioni. Quello che ho promesso, lo mantengo. Alla mia morte ti
chiameranno e te li daranno per la nuova chiesa. Ho pianto con lui sentendo
quanto il suo cuore batteva forte con il mio e con tutti i fedeli di S. Teresa.
Fu
così: dopo poco tempo il Vescovo ci lasciava e la sua volontà
venne eseguita a perfezione: cento milioni furono destinati alla parrocchia di
S. Teresa per la nuova chiesa.
Un
secondo avvenimento guidato dalla mano di Dio: un anziano della parrocchia, G.
A., desiderava molto dare un suo aiuto per la costruzione della nuova chiesa.
Un giorno me lo disse esplicitamente: ho
lasciato, per testamento, 150 milioni alla parrocchia di S. Teresa. Gli ho
augurato vita lunga. Un giorno venne l’avvocato che custodiva il
testamento mi chiama e mi legge la parte che destinava 150 milioni alla
parrocchia di S. Teresa. Una grande gioia, commozione e riconoscenza con
promesse di preghiere.
Mi
convincevo sempre più che quando si lavora per il Signore, Lui non si
lascia battere in generosità.
Il
terzo avvenimento è molto caratteristico: una signora, F. A, che pure
abitava in Via Filelfo, vedeva ogni giorno il parroco uscire di casa, prendere
la macchina e… portarsi al lavoro… Ma non aveva una casa sua dove
accogliere le persone… Non era
giusto, non era conveniente, pensava,
Era
anziana e, prima di morire, mi disse: Questo
mio appartamento è assegnato alla parrocchia di S, Teresa perché
è giusto che il sacerdote abbia una sua abitazione.
E
fu così. Nel tempo l’appartamento è divenuto un bene
prezioso per iniziare i lavori. Il ricavato si assommava alla costruzione delle
nuove opere compresa l’abitazione del parroco.
E’
proprio vero, ancora una volta: Dio
scrive diritto anche sulle righe storte.
Cene da non dimenticare…,
convivialità
fruttuosa…
In
molte occasioni io mi ritrovavo allora con ristretti e diversi gruppi di amici
ospite a casa ora di questa, ora di quella famiglia per delle informali
“cene di lavoro” e di conoscenza: I molti e grossi problemi, che
stavano davanti alla comunità come insuperabili e pesanti macigni,
venivano scandagliati e discussi in
assoluta libertà; in qualche caso si è preso in esame il problema
dell’auto finanziamento delle opere; in qualche altro di come allargare e
rendere più consoni gli spazi della parrocchia; in un’altra si
è vagliata la proposta, che da tempo si era sussurrata in parrocchia, di
fare un “pellegrinaggio a
Lisieux” per ritirare una reliquia della Santa; talaltra si parlava dei
problemi più quotidiani della pastorale e della liturgia.
Sogno e realtà…
L’ho
proprio sognato una notte dell’inizio primavera 1985… In Friuli,
passato il terremoto, dopo la sistemazione provvisoria, erano rimasti,
inagibili, ma in ottime condizioni, molti prefabbricati usati per
comunità, attività varie e abitazioni. Perché non portarne
a casa uno di adatto, metterlo a dimora e poi usarlo come patronato-centro
parrocchiale? L’idea mi affascinava. Al mattino la comunico a qualche
amico-parrocchiano sempre pronto alle novità. Ci si mette a tavolino e
si ritiene possibile l’operazione. E dove metterlo? Si chiede al Comune
l’uso provvisorio di un pezzo
di terreno vicino alla chiesetta.
Si
parte in 4 persone, si va in Friuli : erano molti i prefabbricati abbandonati. Il sogno poteva diventare
realtà. Torniamo a casa con un’idea precisa: la prendiamo in
considerazione, ma, a tutti, restava in mente un fabbricato grande, lungo
Si
fa l’équipe di operai, ci si attrezza e si parte: tre giorni per
smontare, caricare e venire a casa: 24-25 e 26 aprile.
Una
impresa di Padova mette a disposizione due camions per trasporti eccezzionali
con autisti.
Il
lavoro è arduo: occorrevano altri due camions trovati sul posto. Al
pomeriggio del terzo giorno inizia il viaggio verso Padova: molti chilometri, carichi
precari, le strade, la sicurezza… Alt!
Cosa portate? Dove andate? Erano i poliziotti che non credevano ai loro
occhi.
E’ un fabbricato in legno che
servirà per i giovani della parrocchia di S. Teresa
E’
sembrato un messaggio indiscutibile: S.
Teresa! Una destinazione magica: Andate!
E’
cominciata la grande avventura: il montaggio accurato e ben seguito dal
geometra Claudio A., così preciso. Molto lavoro intenso nel mese di
maggio. Risolti problemi contingenti. Sanate le parti fatiscenti.
A
fine maggio arriva il Vescovo Filippo Franceschi: Siete stati bravi! Vi ammiro! Il Signore è con voi! Una benedizione solenne e il via alle
attività: la sala giochi e il bar, le riunioni, il catechismo, la
presenza dei giovani, degli anziani… Lo studio per don Franco M.,
cappellano. La vita era intensa e l’entusiasmo sempre alto. C’era
un affetto particolare per quell’ambiente così originale. La
parrocchia muoveva i suoi passi
più speditamente.
In
quell’occasione è nata la dicitura: gli amici della mente e quelli del braccio. C’era posto per
tutti e per tutte le attività.
Tutto
precario, ma tutto bello, familiare, semplice, condiviso: il sorriso e la gioia
erano contagiose.
Durante
la visita del Vescovo Filippo al nostro capannone di legno gli poniamo il
problema dell’auto – finanziamento e di alcune idee circolanti fra
di noi e che riferisco subito sotto.
Di parrocchia in parrocchia
Il
Concilio Vaticano 2° ci ha insegnato che la chiesa è una e che i
problemi di una parrocchia vanno vissuti e affrontati nella condivisione. Le
opere devono sorgere nella collaborazione
e nell’impegno di tutte le comunità.
Le
parrocchie della Diocesi di Padova sono complessivamente 450. Perché non
interessarle tutte, avvicinandole una ad una, per condividere i problemi e
chiedere collaborazione? Il progetto era ardito, ma non impossibile. Il Vescovo
Filippo Franceschi non ne fu per niente meravigliato, solo una raccomandazione,
fatta con marcata inflessione
toscana: Non chiedete sangue dove sangue
non c’è ! Voleva
dire: Non illudetevi, siate comprensivi, ascoltate e condividete i problemi. Se
poi qualcuno vi aiuterà,… ben venga!... Abbiamo ammirato molto la
sua disponibilità.
C’è
stato chi, con amore e costanza, si è messo a tavolino, ha studiato la
morfologia e la tipologia di tutte delle parrocchie della Diocesi di Padova. Un
accostamento a tappeto con due proposte: una domenica di sostegno alla
costruzione della chiesa di S. Teresa o un contributo libero.
Il
piano, ben studiato, ha richiesto tempo, energie, coraggio… Viaggi
efficaci o a vuoto. Incontri cordiali e difficili. Tanta gioia nel cuore per
tante porte che si sono aperte, persone che hanno ascoltato, manifestato la
loro solidarietà. Sono nate amicizie, altri incontri, confidenze,
conoscenza di problemi umani e materiali… Il piano dava dei risultati su
larga scala. La prima offerta venne da una parrocchia di recente istituzione in
quel di Monselice: alcuni parrocchiani di quella parrocchia – Redentore
di Monselice - portarono a S.
Teresa un mattone con l’offerta di 2 milioni.
L’operazione
“di parrocchia in parrocchia” ha dato anche un provvidenziale aiuto
economico: circa 120 milioni. Molte le parrocchie della Diocesi di Padova che
possono dire: un pezzetto di questa
chiesa è anche nostro.
Gli
incontri più belli erano quelli delle domeniche, ospiti di qualche
parrocchia nella condivisione dei problemi e nella richiesta di aiuto. Tanti
sorrisi, tanto incoraggiamento, tanta testimonianza … In tutta la
diocesi, ma anche fuori: Cortina, S. Vito di Cadore, Borca di Cadore, Corvara, S. Canziano,
Villa. Tappe indimenticabili.
Un
episodio per tutti: uno dei più anziani e forse più poveri
parroci incontrati, dopo aver ascoltato i due messaggeri, ammirato fino alla
commozione da ciò che i laici stavano facendo, accettò
prontamente la proposta, ma, non contento, pretendeva a tutti i costi di
rimborsare le loro spese di viaggio. Per un po’ le due signore tentarono
di rifiutare, ma alla fine, temendo di offendere uno slancio così
generoso, hanno finito per accettare, consegnando poi i soldi alla cassa appena
rientrati.
Fu
un’azione ardimentosa, ben organizzata e portata avanti con costanza. In
tutta la diocesi è serpeggiata l’idea della collaborazione: è nato, come da una semente
gettato con amore, il Fondo di solidarietà diocesano che
ora sta aiutando tante parrocchie
in difficoltà.
E’
nata anche, in parrocchia, una iniziativa periodica: aiutare una parrocchia in
difficoltà dedicando una domenica.
Veramente
le pietre della nostra chiesa portano il nome e il volto di tanti. Tanti volti,
un solo volto: la comunità cristiana. La chiesa di Cristo.
Anche l’8 per mille...
Uno
dei motivi per le nostre preoccupazione era rappresentato dal fatto che era
stato abolito il vecchio Concordato fra Stato e Chiesa Cattolica e sapevamo per
certo di aver perso i contributi dello Stato per le “opere di
culto”, in compenso non sapevamo cosa sarebbe stato dopo.
Ora
sappiamo che questa è la scelta che fanno tante persone nella denuncia
dei redditi: l’appoggio alla chiesa cattolica, riconoscendone la
serietà e il valore.
Una
fetta dei contributi è devoluto alla costruzione di chiese e opere
parrocchiali: entrare non era semplice. I parametri previsti, i progetti, la
consistenza della parrocchia…
Un
viaggio a Roma per far conoscere il problema con l’incaricato del
Vescovo, don Luigi G. La proposta non era molto lusinghiera e siamo ritornati
un po’ delusi. Dopo alcune settimane una lettera avvertiva che la CEI
metteva a disposizione 90 milioni all’anno per dieci anni. Una gioia
immensa; il contributo che giungeva ogni anno nel tempo natalizio alleviava il
peso dei debiti con le banche e dava la possibilità di guardare avanti
con ottimismo… E fu così…
Dio scrive diritto anche nelle righe
storte. Le righe sono nostre; Lui
è la mano che mette nero su bianco con la precisione dell’artista.
La staffetta dall’Atlantico
all’Adriatico
Era
stata discussa una proposta: un
pellegrinaggio a Lisieux, per
ritirare nei luoghi di Teresa una RELIQUIA della Santa e portarla in
parrocchia. Nulla di particolare all’apparenza. L’aspetto originale
era il seguente: fare una staffetta a piedi con i giovani, accompagnati da
camper e macchine di appoggio. Contemporaneamente un pellegrinaggio in pullman,
l’incontro a Lisieux, la celebrazione con la consegna della Reliquia e il
ritorno a staffetta:
La
macchina organizzativa si mette in movimento guidata da Luciano B., Renato V.,
Tullio M. e tanti altri amici del braccio e della mente. Un viaggio preliminare
per fissare tutto: le strade, le tappe, le soste… Mercoledì 20
luglio la partenza con tutti i mezzi previsti, il carico dei vettovagliamenti,
i podisti, gli accompagnatori e gli organizzatori. La meta era Lisieux, in
Normandia, luoghi della vita da monaca di Teresa.
Ecco
gli atleti-podisti della staffetta: Claudio
A., Alessandro B. Marianna e Veronica B., Francesco C., Luca C., Mauro C.,
Riccardo C., Claudio De S., Barbara F., Paola Lo S., Pietro M., Gabriele M.,
Flavio M., Federico P., Marta R., Stefano R., Ottaviano R., Cecilia T., Davide
T., Marcello e Matteo V., Franco Z., Andrea Z.. Erano 23 atleti ai
quali spettava, a staffetta, un chilometro ciascuno da S. Teresa di Lisieux a
S. Teresa di Padova.
Erano
accompagnati da Luciano B., uno degli organizzatori della staffetta assieme a
Renato V.; Massimo D., sacerdote e animatore spirituale; Tullio M., medico;
Gianni D., cuoco assieme a Ivone M. e Claudia M.; Alessandro D., cameraman
assieme a Mauro N.; Antonio P., magazziniere; Roberto M., meccanico; Paola M.,
interprete: Anna M., cronista. Altri autisti: Luigi N., Maria Luisa V.F..
Aiutanti: Gianna, Luca e Loretta B. D.; Maria M. D., Marco M.. C’erano
poi, al seguito per “Famiglia
Cristiana” : Alberto B. e
Silvia C. fotografi e fidanzati e Alberto L. giornalista.
Sono
da ricordare anche quanti in parrocchia hanno lavorato per l’accoglienza:
Gianni V., Luciano T., Giorgio e
Luigi P.,Antonio V. e tanti tanti altri
Un
pullman di persone parte dalla parrocchia con meta Lisieux: un incontro
commovente, di sera, in un campeggio alla periferia della cittadina, una
cenetta cordiale. E all’indomani…
Il
grande appuntamento, nella cappella del Carmelo, dove si conservano le spoglie
mortali di Teresa, con la Messa solenne, con i canti del nostro coro e la
consegna da parte dell’incaricato del Vescovo di Lisieux (Mons. Paul
Girs) della Reliquia della Santa: la custodisce gelosamente in camper don
Massimo Draghi.
La
staffetta per il ritorno a Padova inizia dalla piazza di Lisieux: segna la
partenza il simpatico Sindaco della cittadina che ci aveva accolti tutti in
sala consiliare del comune di Lisieux. Una staffetta avventurosa, piena di
sorprese e di voglia di “correre con Teresa”. Il pullman con gli
altri turisti fa il suo percorso, arriva a Padova per preparare l’incontro
che avverrà domenica 31 luglio 1988.
Per
la mattina dell’arrivo a Padova e previsto prima il gemellaggio con il
Santuario di Teresa di G.B. a Tombetta di Verona con la concelebrazione delle
due parrocchie, quella di Padova e quella di Verona. E poi…, l’ultima
veloce corsa per il ritorno con l’accoglienza nel piazzale del Duomo di
Padova.
In
parrocchia una folla immensa all’imbrunire: l’accoglienza con le
autorità. La festa fino a sera tardi…
Un
episodio a lieto fine da non dimenticare: don Massimo D., Direttore spirituale,
tiene con sé gelosamente la Reliquia di S. Teresa in camper. Un colpo di
sonno coglie l’autista che
rischiava di rovesciarsi in un fosso. Un cartello stradale lo ferma con pochissimi
danni al camper e nessuno alle persone. Erano salvi, compresa la Reliquia! S.
Teresa, nostra Patrona, era tra noi ed aveva iniziato ad operare alla grande.
Don
Massimo D. si rivolgeva ai giovani e agli adulti partecipanti alla staffetta
così:
“Dio sa quante volte vi
capiterà di intrattenervi con gli amici che vi chiederanno di raccontare
loro questa vostra impresa. Ogni volta constaterete che le parole non bastano
mai per raccontarla, per farla rivivere a chi vi ascolta. Sarà questa la
prova che si è trattato di una
cosa grande”.
La prima pietra
E’
una data indimenticabile quel 1° ottobre 1989. Un giorno tanto atteso,
sudato…E’ la prima uscita ufficiale del Vescovo Antonio Mattiazzo,
giunto a Padova da pochi giorni: la posa della prima pietra della nuova chiesa
e delle opere parrocchiali.
Un
altare all’aperto, davanti al patronato prefabbricato. Tanti sacerdoti e
tanti, tanti fedeli: della parrocchia e di quelle vicine. Eravamo tutti
contenti: il vostro pianto si
trasformerà in gioia.
In
pace con tutti, in Via Dei Salici,
stretta e sterrata, il terreno ancora con i resti della coltivazione
degli ortaggi. C’erano anche gli ortolani, vestiti a festa e sorridenti:
era il loro terreno che “cambiava destinazione e finalità
d’uso”: ne erano felici.
Dopo
la Messa, una processione festosa: tutti verso i campi che avrebbero accolto le
nuove opere parrocchiali. Il Vescovo, assieme ad altri volontari, tiene un lato
della stanga e porta anche lui la pietra: pesava perché l’attesa
era stata lunga…
Sul
luogo una cerimonia semplice, ma significativa: la lettura della pergamena con
i dati essenziali, le firme, l’inserimento nel tubo di acciaio di
custodia, assieme alle monete di metallo di quegli anni. Bastano queste, dice il parroco don Egidio, il rimanente serve per costruire la chiesa! La risata è stata di buon auspicio.
I
tempi di attesa sono stati brevi. Le trattative con l’Impresa Edile di
Scapolo Dino, vincitrice dell’asta. A marzo del 1990, l’avvio dei
lavori con la gioia di tutti.
Una
sola nota che nessuno della zona dimenticherà: il terreno, per la presenza
ravvicinata dello Scaricatore, doveva dare la massima garanzia. Si poteva
garantirlo solo con qualche centinaio di pali di cemento a sostegno delle
fondamenta. In piena estate – luglio – è cominciato il
martellamento. La terra tremava… tutti sapevano che i lavori erano
iniziati e dicevano: speriamo che questi
colpi a ritmo continuo finiscano presto! In realtà fu così: i
pali erano infissi nel terreno e il fabbricato (ben
Il
periodo di attesa dell’opera finita è stato di un anno e mezzo
(tempo record, a detta di tutti!) Nessuna pausa. Tanti occhi curiosi; i muri e
le gettate le vedevano tutti.
Il
momento più spettacolare è stato, di certo, l’installazione
del tetto in legno: un giorno, fermato il traffico, è arrivato da
Brescia, un tir di grandi proporzioni che portava la trave centrale tutta
d’un pezzo. Le grù, gli operai, la precisione e il fissaggio.
Un’opera stupenda!
Tra
le visite inaspettate e graditissime, in incognita, quella del Vescovo Girolamo
Bortignon: L’opera che stava
crescendo era da lui voluta,
sofferta, attesa. Era giusto godere. E’ venuto tre volte: entrava in
cantiere, non scendeva dalla macchina, osservava attentamente e, ogni volta, mi
diceva: E gli ortolani cosa dicono?
– Sono contenti, Eccellenza! E allora, con un soddisfazione,
aggiungeva: Salutali a nome mio.
Benedizione solenne
I
tempi di attesa sono stati brevissimi: nessuna interruzione, nessun intoppo.
Ogni sabato mattina, i tre tecnici che mi sostenevano, si mettevano al tavolo
con il progettista, l’architetto Danilo Trevisan, e l’impresario.
Ogni particolare veniva ristudiato e ogni incertezza risolta con la
collaborazione e il consiglio di tutti.
Fervet opus, dicevano i latini: il lavoro era intenso e senza
sosta; animato dalla voglia di vederne la fine e l’inaugurazione. A
distanza di alcuni mesi dalla fine dei lavori, fissai con coraggio il traguardo: la benedizione e l’inaugurazione delle opere si faranno domenica 27
settembre 1992 alle ore 16,00. Qualcuno pensava ad uno scherzo, ma poi,
vista la decisone e la conferma del Vescovo che garantiva la sua presenza, la
data è diventata un traguardo che traduceva il proverbio che dice: la corsa
verso la fine è più veloce.
27 settembre 1992
Era
una giornata splendida, piena di luce, primi giorni di autunno, il tempo del
raccolto.
Hanno
lavorato tutti: la sistemazione del terreno, le pulizie, il verde, le
rifiniture, gli infissi… Una vigilia indimenticabile fino a notte fonda.
All’indomani,
alle ore 10,00, l’ultima S. Messa nella chiesetta prefabbricata, da tutti
tanto amata. C’era gioia mista a tristezza. La gente era molta a
quell’unica e ultima celebrazione. In chiesa era rimasto
l’essenziale: il grande altare in pietra, le sedie di ricupero o scartate
(ne contai di 13 tipi)
Ho
visto lacrime sugli occhi di chi
ricordando il proprio matrimonio, il battesimo dei figli, il funerale di
persona cara…, soffriva a abbandonare quel piccolo tempio che era caro
come la proprio casa.
Al
pomeriggio arriva il Vescovo e tanti, tanti sacerdoti, che condividevano
Le
porte della chiesa erano accuratamente chiuse.
Il
Vescovo, fermandosi fuori a contemplare, esclamò a voce alta: E’ un grande esempio: tempi brevi e
nessun intrallazzo né
compromessi economici, ne sgradevoli sorprese!
Il
Sindaco di Padova, Paolo Giaretta, presente, condivide l’affermazione del
Presule.
L’ingresso
nella nuova chiesa è stato suggestivo: il Vescovo, i celebranti, i
fedeli: un fiume di persone. Il coro cantava: Chiesa di Dio, popolo in festa, unitamente a tutto il popolo
festoso: certamente più di
mille persone.
Era
Alla
fine don Egidio prende la parola: dopo i ringraziamenti misti a commozione,
dice: Consegno al Vescovo questa Chiesa,
è Lui il pastore. Vi
assicuro che Vescovo non la vuole, ce la lascia: è metà da
pagare! Un applauso, un incoraggiamento a prendere le nostre
responsabilità.
All’esterno,
una lunghissima tavolata per un brindisi festoso, fedeli, sacerdoti e Vescovo.
Ho citato la Bibbia dicendo: Fèrmati,
o sole. Desideravo una giornata senza tramonto. In realtà, il sole,
dentro, c’era e risplendeva.
Anche
Piero N., entrò fra i primi in chiesa e, con il timbro di voce che gli
era solito, usci con una frase che apparve a chi lo udì addirittura
“Alta Teologia”. Disse, in modo da poter essere udito dai
più:
“Eì la chiesa sul mio
terreno. Non occorre che io mi
inginocchi qui! Su questa terra io
sono stato inginocchiato per tutta la mia vita!”
Negli
stessi giorni, un mattino arriva in chiesa un vecchietto: gira rapidamente lo
sguardo, come una macchina da ripresa fotografica, e dice: Oh! Qua sì si prega bene!
Posso
veramente dire che il tempo gli dà pienamente ragione.
L’ urna della santa
E’
stato un avvenimento che ha toccato tutti profondamente. S, Teresa di
Gesù Bambino, da viva, ha girato pochissimo. Il Papa Pio XI^
Tre
giorni intensissimi, la chiesa è rimasta aperta giorno e notte
ininterrottamente. L’afflusso della gente è stato incalcolabile, a
tutte le ore. L’accoglienza è stata fatta alla sera in arrivo da
Lisieux. Un incontro indimenticabile con l’intervento di Mons. Luigi
Sartori, canti di un soprano russo che studiava canto a Padova, era Natalia;
segui poi la preghiera in tutta la notte.
Le
spoglie mortali di S. Teresa sono state in mezzo anoi, abbiamo toccato
l’urna, abbiamo pianto. Tutti interessati, vicini e lontani, bambini e
anziani. Si realizzava quello che Lei diceva in vita: Passerò il mio cielo nel fare del bene in terra.
L a scultura lignea del Cristo
risorto…
Chi
entra nella chiesa parrocchiale rimane colpito dall’immagine lignea del
Cristo risorto che accoglie e troneggia in alto: un abbraccio di speranza.
E’
l’opera di Mario Vittadello, scultore della zona, eseguita proprio per
questa chiesa. E’ alta poco più di tre metri. Il Cristo, rappresentato
appena uscito dalla tomba, libero anche da vesti ingombranti, a braccia aperte,
con i capelli quasi al vento, si presenta davanti ad ognuno di noi e sembra
gridare: Sono vivo!
La
mano destra, in parte socchiusa, mostra tre dita che indicano il Mistero
trinitario. L’altra mano mostra a tutti un libro: Io sono la luce del mondo.
Quando
si entra in chiesa e si alza lo
sguardo, il cuore si riempie di gioia: Io
sono il Dio dei vivi e non dei morti… Chi segue me non cammina nelle tenebre.
Le
14 formelle sono state poste nell’ambulacro della chiesa la quinta
domenica di Quaresima il 13 marzo
2005, benedette da Mons. Alfredo Magarotto. L’opera, in mosaico, è
unica nel suo genere ed è stata composta dalla mosaicista Maria Rosa che
lavora a Padova. La sua mano
femminile ha colto, in tutte le formelle, essenzialmente il volto di Cristo,
dalla condanna a morte alla deposizione nella tomba. L’incontro di
Gesù con la Madre, con le donne, la deposizione tra le braccia di Maria
sono di una espressività profonda.. L’espressione dei volti
rendono le immagini ricche di pathos che entra nel cuore e invita alla
meditazione e all’amore. Proprio la scelta del Cristo al centro di tutte
le formelle invita a soffermarsi, a contemplare e a rispondere con amore al
tanto amore di Cristo: è il dramma del Figlio di Dio.
La cappella e le opere di Giancarlo Milani
La
cappella adiacente alla chiesa, alla quale si accede anche
dall’abitazione e dal porticato esterno, è la sosta continua della
preghiera privata e delle celebrazioni feriali. Una raggiera di grande effetto
parte dal centro, sopra il tabernacolo e si estende in tutta la ceppella e
sembra arrivare al mondo intero. Da lì si parte e lì anche si
arriva.
E’
tanto cara alla gente e un invito al raccoglimento delle persone e dei piccoli
gruppi. E’ stata benedetta dal Vescovo Antonio Mattiazzo il 1°
ottobre 1997.
Le
opere sono dello scultore Giancarlo Milani, nostro concittadino, che, nelle sue
molteplici sculture, predilige le figure che riproducono le persone nelle loro
funzioni più nobili. Tra queste la donna e la maternità: soggetto
tanto caro al Milani.
La
cappella è abbellita da questi elementi: di fianco all’altare, in
gesso, una bassorilievo leggero ed espressivo: Cristo ritorna al Padre,
glorioso, tra una schiera di angeli e santi che possono incarnare tutti noi.
Figure snelle e gioiose, che si elevano verso l’alto, mentre dal cielo
altrsanti ed angeli discendono per accogliere il Cristo alla destra del Padre.
Di
fianco, ma ben visibili a chi entra, la Madonna in terra cotta, con il bambino
in braccio che indica a tutti noi la Madre, Maria,in atteggiamento benedicente.
E’ circondata da figure espressive di colombe e fiori che invitano, come
una primavera perenne, a fidarci di Maria, Rosa
mistica e Regina della pace.
Il
TABERNACOLO è la preziosissima custodia della Santissima Eucaristia,
elemento dominante e centro di
diffusione della luce e della grazia. La luce è simboleggiata da
sfaccettature geometriche che si estendono su tutta la superficie del
tabernacolo, riversandosi sulle lastre di vetro, in alto e in basso, che si
trasforma in vario colore. Il tabernacolo è in bronzo lucido e di forma ovale con
quattro raggi sbalzati che partono dal centro, come da un sole. Quattro coppie di angeli
adoranti lungo l’ovale
dell’opera glorificano Dio e testimoniano la presenza adorante.
E’
come un cantico alla preziosità e alla dignità
dell’Eucaristia e richiama a chi entra e si mette in adorazione, il cuore
pulsante del cristianesimo.
L’AMBONE
è slanciato e si presenta al pubblico con due figure, l’una di
fronte all’altro: l’annunciazione dellìAngelo a Maria. Il
Verbo si fece carne. Si è fatto parola che risuona lungo i secoli in
tutte le chiese del mondo, proclamata con insistenza e solennità.
L’ALTARE
è sostenuto da un basamento ampio
con la simbologia eucaristica di facile lettura: il frumento e
l’uva, il pane e il vino presentati per per sacrificio da compiere da
Angeli svolazzanti.
Un
invito a sublimare la vita di ogni uomo con il mistero eucaristico.
Il
CROCIFISSO è appeso al muro per richiamare l’unità
dell’Eucaristia con la morte in Croce: un Cristo solenne e morto per
tutti gli uomini, espressivo e invitante al riconoscimento dell’amore di Dio per noi: dono senza misura.
Una
nicchia solenne e nobile accoglie poi l’ICONA di Teresa di Lisieux.
L’opera è tra i primi tentativi di riprodurre una persona moderna
e di cui esistono le foto con l’arte astratta e mistica dell’icona.
L’opera è di Raffaella D’Este, Monaca di Bose, originaria del nostro territorio.
Eseguita nel 2000 nei laboratori del Monastero di Bose, è unica.
LA
PALA di S. Teresa di Gesù Bambino è pittura in tela del padovano
Teodoro Liccini. degli anni 1930-40, venerata per anni nella chiesa del Carmine
di Padova e poi donata a questa parrocchia che porta il nome della Santa.
Teresa
esprime una dolcezza che mostra il suo amore per il Signore e la Chiesa: Io nel cuore della chiesa mia madre
sarò l’amore, aveva come programma di vita.
Sparge
le rose sulla città di Padova rappresentata dai monumenti più
noti della città: Passerò
il mio cielo a fare del bene in terra, diceva di sé, prima di
morire.. Sparge le rose con
atteggiamento ampio e materno e sembra racchiudere sotto il suo manto
l’intera città. In alto, a sinistra, il Crocifisso che abbozza con
le sue labbra un leggero sorriso che sembra benedire il gesto di Teresa.
(Tanto
per non escludere nessuno si potrebbero dire due parole degli otto cartoni
della cappella del Padre nostro)
Il centro parrocchiale,
E’
sorto contemporaneamente alla chiesa ed è funzionante dal 27 settembre 1992, data della
benedizione della nuova chiesa ed è diventato un grande punto di
riferimento per la parrocchia e dintorni. Le sue proposte sono di ordine
formativo: la catechesi, gli incontri dei gruppi, le riunioni degli organismi
di partecipazione. C’è poi l’aspetto ricreativo per i
ragazzi, i giovani e gli adulti, tutti i pomeriggi e, alla sera, nei mesi da
giugno ad ottobre. E’ dotato di un piccolo Bar di buon gusto con il
servizio prestato da volontari. Accoglie anche la Cassa peota come fondo di
solidarietà per i piccoli risparmiatori e che è aperta al
mattino di tutte le domeniche.
Conta oltre 20 anni di storia di persone che hanno coltivato l’amicizia e
la condivisione fraterna.
Dentro
del centro parrocchiale ci sono poi due attenzioni caritative con il bamco alimenti e la raccolta e distribuzione
del vestiario usato. Sono molte le persone e le famiglie, del territorio e
fuori, che trovano grande aiuto da queste iniziative caritative attente alle
vecchie e nuove povertà.
Il
centro parrocchiale dà spazio anche ad una piccola scuola per anziani,
ad un servizio settimanale di consulenza sindacale; accoglie anche i gruppi che
necessitano di incontrarsi per motivi di condominio.
In
stretto collegamento con il centro parrocchiale c’è anche un campo
di calcetto e due piastre per pallavolo e pallacanestro aperto a tutti, alla
sera con prenotazione.
I giardini…
Sono
amati e ammirati da tutti
perché sono gli unici della zona con parco per bambini e ragazzi e una
recinzione apposita per i più piccoli.
Il
luogo, ben fornito di giostre e altalene, richiama le famiglie, le mamme e i
nonni con i loro piccoli da tutto il territorio.
E’
ben tenuto nel verde esistente. Un bel relax per tutti, luogo di ritrovo e di
scambio, di amicizia e di condivisione.
S. TERESA DI GESU’ BAMBINO:
Le
case famiglia: il fiore
all’occhiello.
Lo
dico con voce sicura e profonda convinzione: le opere della parrocchia di S.
Teresa e gli avvenimenti concomitanti sono stati guidati, come il popolo
ebraico, dalla nube della protezione divina. Lungo il deserto della vita, una
strada segnata e le difficoltà superate: è la nube della Provvidenza del Signore.
1°
ottobre 1989: il Vescovo Antonio Mattiazzo benedice e posa la prima pietra
della chiesa e delle opere parrocchiali. Un pomeriggio indimenticabile: la
Messa all’aperto e poi la grande pietra portata sul terreno in Via Dei
Salici.
Le
opere murarie cominceranno a marzo del 1990: la chiesa, il centro parrocchiale,
la cappellina lo studio e l’archivio. Di sopra, l’abitazione dei sacerdoti. Questa
si presentava molto grande, due appartamenti indipendenti di proporzioni
notevoli.
Abbiamo
tutti convenuto, con intuizione che veniva dall’alto, che uno dei due
doveva avere una finalità caritativa. Quale? Quando? Non c’erano
proposte progettuali, ma la parola carità
ci affascinava.
Un
giorno, forse del 1990, Suor Lia delle Salesie di Padova, mi dà un
messaggio: La Madre generale desidera
parlarle.
Non
ho intuito il motivo, ma, alla mia visita, è apparsa subito una
intenzione bene precisa: il nostro
fondatore, Domenico Leonati, 250 anni fa, ha istituito i così detti
conservatori per salvaguardare le ragazzine dalle situazioni pericolose del
mondo di allora. Nel tempo questa finalità si è perduta. Una seria riflessione ci ha portato alla
conclusione di avviare nuovamente questa iniziativa a vantaggio delle minori in
difficoltà, tenendo presenti i tempi nuovi. Si pensava alla nascita di
una Casa Famiglia. Che ne dice dell’uso degli ambienti della parrocchia?
A
me è sembrato che la proposta venisse dal Cielo: l’opera di
carità cui si pensava nell’uso dell’appartamento in
costruzione, acquistava un nome ben preciso: Casa famiglia Leonati.
La
consultazione in parrocchia è stata rapida e la risposta senza
incertezze: in concomitanza con l’avvio delle opere parrocchiali poteva
iniziare il lavoro per minori in difficoltà della Casa Famiglia, forma
nuova e ancora rara di accoglienza.
Due
Suore Salesie hanno ricevuto questo incarico e, in modo significativo, appena
possibile, hanno cominciato ad abitare e vivere in parrocchia.
Le
attese non sono state semplici, la concretizzazione dell’opera ha
richiesto sacrfici, burocrazia, ricerca di significato, attese problematiche.
L’esperienza mi insegna che le grandi opere non sono mai come un colpo di
fulmine, non sono una meteora nel cielo: richiedono pazienza, dialogo,
approcci, dubbi, incertezze. Ma le opere di carità sono guidate da Lui,
come la stella dei Magi che si nascondeva e riappariva.
I
primi arrivi, le prime accoglienze, le prime esperienze: nulla di semplice,
nulla di facile. Tutto da inventare, con pazienza: Angelica, Monia, Chiara,
Laura…. E il mosaico, in queti 15 anni si è arricchito di tante
tessere, tutte preziose, importanti…, ognuna il suo posto. Un lavoro
delicato, La vita come ogni famiglia: il carattere, la diversità, i
problemi dell’età, le esigenze… Una vita vivace e sempre
nuova… Necessità di un confronto continuo e di controllo defla rotta…
La
pazienza e il progetto di vita degli educatori è sempre una carta
vincente, anche se spesso… a tempi lunghi.
Casa Leonati 2.
E’
Le
risorse economiche non ci permettevano di acquistare una casa fatiscente in
vendita. Il nostro piano sembrava fallire, anche se in fondo al cuore il
lumicino rimaneva acceso: quella casa era fatta solo per lo scopo previsto:
accoglienza di minori in difficoltà. Noi non ci arrivavamo, ma Dio ha le
sue strade, scrive diritto anche su righe storte.
Un
po’ di vicende significative e quasi condotte dall’alto e la casa
viene acquistata in breve tempo proprio per lo scopo previsto: la nascita della
Casa Famiglia Leonati 2. Una casa
ampia, capiente, singola, poco lontana dagli ambienti parrocchiali e
dall’altra Casa Famiglia.
La
Congregazione della Salesie non ci ha pensato tante volte: era voluta dal
Signore. Si trattava di acquistarla, ristrutturarla, dare il volto conveniente:
era
Il
sogno dell’anno Santo si realizzava con l’ingresso di due Suore
Salesie e con l’accoglienza di altre
ragazze.
Una comunità attorno ad una
persona in pericolo.
La
sera del 22 febbraio 1986, sull’argine dello Scaricatore di Bassanello,
Barbara F. rimaneva vittima di un incidente stradale che la riduceva in fin di
vita. La rianimazione e le attese ansiose. Era un comma che sembrava
irreversibile.
Tutta
la comunità parrocchiale fu sensibilizzata. Giuseppe G., della
parrocchia, prese a cuore il caso, formò un comitato per tutti gli
interventi necessari e per la raccolta di fondi. Fu interessato non solo il
territorio vicino, ma molte città, anche di tutta l’Italia. La
raccolta dei fondi stimolò alla ricerca di cure anche si specialisti.
Barbara fu portata anche ad Insbruk dove la famiglia fece permanenza per
l’assistenza. La sentenza era poco incoraggiante, anzi non dava speranze:
una parte del cervello è morta, a
meno che natura non provveda per vie proprie.
Fu
portata alla Casa di Cura di Abano Terme (Padova) e la permanenza fu lunga:
assistenza , brevi riprese, cure intense. E poi: la musica, la sua musica, le
sue canzoni che conosceva e cantava. Dopo sei mesi si risvegliò iniziando
il cammino di ripresa rapida e di autonomia quasi completa.
Tutti
ci siamo sentiti vincitori. I soldi
raccolti, ben custoditi e ben usati, diventavano un aiuto che apriva alla
speranza di una vita normale per Barbara che sempre avrebbe poturro usufruire
di una cifra che sarebbe servita per una vita condotta nella normalità.
La
gioia è stata grande per tutti.
La matita di Dio…
E’
una frase di Madre Teresa di Calcutta che, con questa immagine, ha programmato
tutta la sua vita di amore verso gli altri, assieme alle sue consorelle dedite,
con dedizione totale agli ultimi della società: quelli che non contano.
Il gruppo giovani della parrocchia (e non
solo giovani) hanno messo in scena negli ultimi anni un lavoro musicale di un autore italiano,
M. Paucelli: 12 scene, con recitato e cantato per esaltare l’opera di
Madre Teresa, dedita interamente ai poveri, agli abbandonati, ai derelitti.
Sono
dodici scene molto efficaci e incisive, fedeli ai testi di Madre Teresa che
sono un invito a vivere nella quotidianità tanti gesti di amore, come
tante gocce di un mare immenso e dove ogni goccia conta e arricchisce il mare.
I
giovani, con entusiasmo sono nelle piazze e nelle sale di Padova e Vicenza per “cantare l’amore”. Nella
bocca e nella scenografia dei giovani, il messaggio travolge e diventa
efficace.
Il
pubblico ha accolto l’invito sempre con grande gioia: una santa per i
nostri giorni.
Ricordiamo
il gruppo degli operatori:
Le
piazze o le sale dove lo spettacolo è sttao portato: S. Teresa di G.B.,
Voltabarozzo, Terranegra, S. Agostino, Arcugnano, Grisigano, S. Maria di
Veggiano…
Il
gruppo giovani non è nuovo a questi spettacoli altamente educativo; da
ricordare tra tanti quello sulla Giustizia
e pace.
Una conclusione doverosa…
Oltre
che quelle raccontate, porto nel cuore tante e tante altre memorie di questi
ormai 25 anni, da me vissute o me raccontate: sono dentro come uno scrigno di
cose preziose. Di esso non possiedo la chiave per poterle manifestare. Fanno parte dei miei
segreti, degli incontri con le persone, delle confidenze ricevute, degli animi
che si sono aperti.
Lo
chiamerei Il quinto Vangelo; quello che nessuno scriverà.
Quello che è un po’ fatica scrivere. Forse sono le cose più
belle, gli avvenimenti più quotidiani, più silenziosi, più
riservati, Ma belli, intimi, profondi, autentici dei quali è testimone
il Signore. Ospite di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, di ogni
giovane e di ogni anziano: colui che ha scelto il cuore di ognuno di noi come
sua cattedrale preziosa.